Rifondazione Comunista - Federazione di Ravenna
Analizzare la storia di Sara attraverso una prospettiva operaista sarebbe una presa di posizione facilmente tacciabile di anacronismo. Nondimeno, i rapporti di forza, le relazioni reali e le condizioni materiali che la
caratterizzano sono del tutto contemporanee. Esse si ergono saldamente contro la retorica padronale e borghese della dissoluzione della classe operaia ed a favore di un’analisi politica congiunturale capace di
conciliare i capisaldi teorici comunisti con il contesto sociale ed economico attuale.
Dal 2005 al 2015 Sara è assunta presso l’azienda LIDL di Massa Lombarda. I rapporti lavorativi con il suo diretto superiore sono positivi tanto che le viene proposto un percorso professionale, successivamente scongiurato dalla sostituzione del capo reparto. Questo avvicendarsi di incarichi segna l’inizio di un decennio di vessazioni fisiche e psicologiche che si concludono con il licenziamento di Sara e l’apertura di un iter giudiziario contro l’azienda. Il discrimine immotivato nei suoi confronti si articola prima verbalmente e più tardi si ripercuote direttamente sui suoi incarichi. Sara viene incaricata di gestire individualmente il
reparto di materiali di allestimento, viene isolata da ogni contatto diretto con clienti e fornitori, deresponsabilizzata e relegata a mansioni esclusivamente meccaniche. Nell’impossibilità fisica di mantenere i ritmi che le vengono imposti, segnala in maniera informale la situazione di stress che sta vivendo senza sottolineare l’incongruenza tra ruoli e forma contrattuale per timore di subire una retrocessione unilaterale. Mentre alterna settimane in permesso per malattia nel tentativo di recuperare le
sue condizioni, l’azienda risolve il problema incaricandola del lavoro impiegatizio notturno. Questa fase è segnata da un avvicendarsi disordinato di turni diurni e notturni con picchi di 77 ore settimanali di lavoro in un contesto, quello del rapporto con i camionisti, che inasprisce maggiormente la situazione. Sara lamenta un atteggiamento aggressivo e lesivo della sua dignità, di cui lei stessa viene incolpata, ma a fronte del quale l’azienda ripristina il suo orario diurno. A distanza di un quinquennio, si apre un periodo parzialmente positivo di formazione impiegatizia in previsione di una promozione a terzo livello, nuova categoria contrattuale che a dispetto di quanto stabilito dal CCLN viene caricata dall’impresa di responsabilità non idonee.
Dal 2012 in poi, i rapporti lavorativi degenerano in un susseguirsi di lettere di richiamo non valide ed un’escalation di pressione che si conclude solo a luglio 2015 con il licenziamento di Sara.
Attualmente, è in corso un procedimento giudiziario contro l’azienda, nel contesto del quale la compagna di Sara è stata riconosciuta come parte civile. Un precedente giurisprudenziale rilevante, primo nel suo genere e che sancisce un diritto non riconosciuto dalla legge Cirinnà sulle unioni civili, L. 76/2016 in mancanza dell’obbligo di fedeltà.
La visione di insieme più che i dettagli cronologici, già appannaggio della cronaca locale, restituiscono la portata politica di una battaglia personale che dobbiamo necessariamente sentire come collettiva e condivisa. Il trait d’union attraverso gli anni sono la subordinazione e il controllo più assoluti che l’impresa è stata in grado di esercitare sulla componente mentale e morale nonché corporale di una lavoratrice dipendente.
Mai definizione fu più pertinente: la vita di Sara, privata e lavorativa sono interamente condizionate dal potere decisionale e arbitrario del padrone o dei padroni se si desidera allargare la categoria anche alle figure satellite non direttamente sovrapposte in termini di responsabilità, ma concorrenti alla riproduzione di un sistema gerarchizzato di sfruttamento.
Al dominio di classe si interseca poi quello patriarcale ed eteronormativo giacché Sara si trova nella situazione in cui subisce e reagisce a molteplici forme di discriminazione. In quanto lavoratrice, donna e lesbica lo sfruttamento del capitale agisce in sinergia con la violenza patriarcale che si manifesta nel susseguirsi di soprusi e minacce verbali saltuariamente culminati in aggressioni fisiche.
“Ci sono persone a modo, educate, ma ci sono anche persone discutibili. Se tu non hai una figura che ti protegge e l’autista se ne accorge ti può dire, fare tutto quello che vuole. (…) Si crea una situazione in cui io sono alla mercé, degli insulti…”

Risulta evidente la complicità tra neoliberismo e violenza di genere in tutte le sue forme, riaffermando l’attualità e la cogenza dell’utilizzo di strumenti politici tradizionali opportunamente ampliati per cogliere la
complessità del presente che ci troviamo a dover trasformare.
In questo senso, lo sciopero globale femminista dello scorso 8 marzo indetto in Italia e nel mondo dal movimento femminista Non Una Di Meno ha colto questa necessità. La necessità di riaffermare categorie desuete, ma non inverosimili e attraverso cui denunciare lo sfruttamento perpetuo ed immutabile del lavoro salariato e del capitale che prosciugano la vita umana sgretolando ogni diritto al tempo libero e ad un’esistenza non alienata. La necessità di costruire un Partito ed un Sindacato capaci di fomentare coscienza di classe, di aggregare la classe, rappresentarla e difenderla e di un movimento queer (generalmente non eterosessuale) meno impegnato in varietà e intrattenimento e più critico, di lotta.

Irina Aguiari
Circolo di Conselice

Vai alla home >>
Chiudi